Le proteste contro l’America’s Cup a Bagnoli
In questo inizio anno freddo e piovoso certe strade di Bagnoli sono animate più del solito, nonostante il meteo avverso.
Ad affollare quelle vie del quartiere occidentale napoletano – lo stesso dove sono cresciuto e in cui abito tutt’ora – c’è una fila di camion, che trasportano materiale e operai verso la spiaggia di Coroglio. Una fila che qualche giorno fa era lunghissima e immobile. Un blocco imposto da decine di residenti che vogliono fermare a ogni costo i lavori che dovrebbero consentire di realizzare in quella zona i quartier generali dei team che nel 2027 si contenderanno l’America’s Cup nelle acque del Golfo di Napoli.
A mobilitarsi sono comitati civici e semplici cittadini, che da anni si battono per una riqualificazione sana del quartiere, rifiutando provvedimenti calati dall’alto e imposti ai residenti.
Una lotta iniziata all’inizio degli anni Novanta, quando l’Italsider viene dismessa e per Bagnoli parte una nuova fase. Dopo oltre un secolo, durante il quale lo stabilimento siderurgico aveva dato lavoro, ma anche inquinato pesantemente il territorio e fatto ammalare – e spesso morire – decine di migliaia di persone, si decide di chiudere l’acciaieria, e tutte le altre industrie nate e cresciute intorno a essa, per puntare sulla vocazione turistica del luogo.
Il sogno di una “nuova Bagnoli”
Parte, così, il progetto per una “nuova Bagnoli”, che prevede una gigantesca bonifica del terreno, della spiaggia e del mare antistante; ma anche aree dedicate all’edilizia residenziale, alberghi e SPA, musei e centri di ricerca; nonché l’istituzione di parchi verdi.
Un programma bellissimo – almeno sulla carta – che avanza molto a rilento e che nel 2013 si arresta bruscamente: la magistratura napoletana sequestra l’intera area ex Italsider, comprese le opere già ultimate e in parte consegnate alla città. Le indagini della Procura di Napoli hanno fatto emergere che la bonifica è stata realizzata in maniera approssimata e, in certi casi, addirittura risulta essere solo virtuale, grazie alla produzione di false documentazioni.
La città è sotto choc e il sogno della rinascita di Bagnoli si arena definitivamente. E, mentre il processo per accertare le responsabilità di questa ennesima truffa ai danni dei napoletani prende forma e celebra le sue udienze – con i soliti tempi biblici della giustizia italiana –, in città ferve il dibattito su quale ente deve prendere in mano il progetto (Stato, Regione, Comune); su come far ripartire i lavori e in quale direzione spingerli (eliminazione o meno della colmata a mare, quanta porzione del territorio destinare all’edilizia residenziale, rendere l’area accessibile a tutti o favorire un turismo di lusso).
I residenti vogliono essere ascoltati
Tutti temi su cui i cittadini, organizzatisi in comitati civici, chiedono di poter dire la loro, partecipando alle scelte sul futuro del quartiere. Le richieste ricorrenti sono note: la rimozione della colmata a mare — una grande colmata artificiale realizzata durante l’epoca industriale — e il ripristino dell’antica linea di costa, l’apertura della spiaggia pubblica e, per una parte dei residenti, interventi di edilizia sociale e servizi per il quartiere.
Così, mentre il processo faceva il suo corso e, tra alti e bassi, il dibattito in città sulle sorti di Bagnoli rimaneva attuale, si è giunti alla svolta di maggio 2025, quando si è appresa la notizia che Napoli era stata scelta come sede dell’America’s Cup 2027.
E a quel punto, complice anche il precedente dissequestro dell’area da parte della magistratura, è stato naturale coinvolgere anche Bagnoli in questo grande evento.
Le ragioni del movimento “No America’s Cup”
Ma la notizia non è stata accolta favorevolmente dai comitati civici, che subito si sono raccolti dietro la sigla “No America’s Cup”. I residenti temono che, per arrivare in tempo alla data in cui la competizione dovrebbe avere inizio, i nuovi lavori di bonifica siano svolti in modo superficiale e inefficace. E già la decisione di mantenere la colmata a mare, mettendola solo in sicurezza, secondo gli stessi residenti sarebbe un segnale che si sta andando proprio in quella direzione.
Ma non è tutto. Ai tanti problemi storici, che già caratterizzano l’area, negli ultimi anni si è aggiunto il fenomeno del bradisismo, che sollecita i Campi Flegrei con continui sciami sismici. Una situazione d’emergenza, che richiederebbe di decongestionare il territorio e di non intasare eventuali vie di fuga. E, invece – è questa la preoccupazione degli abitanti –, i lavori per realizzare le strutture utili a far svolgere l’evento portano proprio quelle conseguenze che dovrebbero essere evitate.
E proprio mentre scrivevo questo post è giunta la notizia che questa mattina si è aperta una voragine in via Nuova Bagnoli, lungo l’arteria principale dove transitano i camion dei cantieri. La strada è stata chiusa e i mezzi sono rimasti fermi, evidenziando una volta di più la fragilità dell’infrastruttura urbana e la preoccupazione di chi vive qui ogni giorno.
All’America’s Cup non si può rinunciare
Dunque, le ragioni di chi non vuole l’America’s Cup a Bagnoli sono fondate e tutt’altro che ideologiche. Eppure, un evento di tale importanza promette di portare al quartiere e all’intera città notevoli benefici. E non è solo un discorso di prestigio, quello di cui inevitabilmente viene investita la città scelta come sede della disputa sportiva più antica al mondo; e nemmeno i vantaggi si esaurirebbero alla visibilità che Bagnoli e Napoli otterrebbero su scala planetaria. È la ricaduta economica e in termini occupazionali che deve far riflettere sull’opportunità di rinunciare all’evento a cuor leggero.
Secondo un’analisi adattata dal Centro Studi Unimpresa, l’evento potrebbe generare circa 690–700 milioni di euro di benefici economici solo nell’immediato per Napoli e il territorio campano, considerando spesa di visitatori, turismo, alloggi, trasporti e servizi correlati.
La stessa stima prevede che nel periodo dei 60 giorni di manifestazione Napoli potrebbe attirare circa 1,5–1,7 milioni di visitatori, di cui 400–500mila turisti internazionali specificamente legati all’evento.
Alcune fonti specialistiche, poi, stimano 10–12mila posti di lavoro temporanei legati all’organizzazione, turismo e servizi, più 1–2mila posti permanenti su base più stabile dopo l’evento.
E un rapporto preliminare del Ministero del Turismo con Luiss Business School segnala che l’impatto totale sul territorio, inclusi effetti a medio–lungo termine nei 5-10 anni successivi, potrebbe raggiungere 1–1,2 miliardi di euro complessivi.
Naturalmente, nessuna cifra garantisce da sola una rinascita: dipenderà da come queste risorse verranno gestite e da cosa resterà al quartiere quando l’evento sarà finito.
Timori comprensibili, ma non si può restare fermi
Insomma, se le paure di chi si oppone alla scelta di coinvolgere anche Bagnoli nell’America’s Cup 2027 sono del tutto comprensibili, non si può negare che tagliare fuori il quartiere da un evento di una simile portata significherebbe rinunciare a una serie di opportunità, rischiando di perdere un’incredibile occasione di crescita.
E non credo che Bagnoli possa permettersi di chiudere la porta a ogni occasione per paura di essere delusa ancora. Il rischio è di restare fermi per sempre.
