17 maggio 1989: 30 anni fa il Napoli vinceva in Europa, mentre io rinascevo

17 maggio 1989, il Napoli vinceva la Coppa Uefa e io rinascevo

Io di quella sera del 17 maggio 1989 mi ricordo soprattutto una scena: i miei genitori che accompagnano il dottore alla porta, mentre io, seduto sul letto, accendo il Grundig bianco 16 pollici, sperando che il ritorno della finale di Coppa Uefa sia iniziata da poco. E invece Stoccarda e Napoli stanno giocando già da un quarto d’ora.

Passano pochi minuti e Maradona subisce un fallo a centrocampo, ma l’arbitro non fischia. Il direttore di gara ha applicato il vantaggio, perché Alemao è entrato in possesso della palla e se la porta avanti senza che nessuno lo contrasti. Giunto all’altezza della trequarti di campo avversaria, la cede a Careca, continuando a correre. E il numero 9 gliela restituisce con un tocco sublime, mentre lui sta per entrare in area. Il centrocampista brasiliano tocca il pallone due volte, se l’allunga leggermente, e per tirare in porta, anticipando il portiere che sta uscendo, deve scivolare e allungare una gamba. Sfiora la palla con la punta del piede sinistro e colpisce l’estremo difensore tedesco, che però viene scavalcato dal pallone. La sfera sembra avviarsi sul fondo, Alemao la insegue, pronto a correggerne la traiettoria in qualche modo, ma non serve. All’improvviso il pallone ha uno strano rimbalzo, cambia traiettoria e s’infila in porta, accarezzando il palo. È il vantaggio che mette la partita sui binari giusti e porterà il Napoli a vincere il suo primo e unico importante trofeo internazionale.

Quello strano dottore che mi ha salvato la vita

Un gol mitico che i miei non hanno potuto godersi in diretta. Proprio mentre congedavano il dottore e richiudevano la porta, io esultavo per il vantaggio del Napoli a Stoccarda. Purtroppo, si era avverato ciò che avevamo temuto accadesse: il dottor Marotta, luminare della medicina, si era presentato a casa a ora di cena, proprio a ridosso del fischio iniziale della partita. L’avevamo chiamato perché da un po’ di mesi non stavo bene: mi affliggeva una brutta bronchite dalla quale non riuscivo a guarire. Pare che l’illustre medico nel visitarmi quella sera abbia già capito tutto: quelle ghiandole linfatiche troppo gonfie non gli sono piaciute. Per questo mi prescrive massicce dosi di cortisone e si raccomanda che mi rechi al più presto presso il reparto ematologia dell’ospedale dove lavora.

Prima di riscuotere il suo onorario, ovviamente senza rilasciare fattura, se ne va in giro per casa, da solo. Probabilmente, vuole assicurarsi che le nostre condizioni economiche siano davvero così disagiate da accordare uno sconto di 50mila lire sulla parcella. Nei giorni successivi, mio padre lo definirà più volte “un uomo strano”, ma forse è stato proprio quello strano dottore a salvarmi la vita.

Quel 17 maggio 1989 sono rinato e oggi compio 30 anni

Insomma, quella sera del 17 maggio 1989, mentre Maradona e compagni alzavano la Coppa Uefa, io vincevo una seconda possibilità. I mesi successivi li trascorsi tra casa e ospedale, impegnato in infiniti accertamenti clinici che ad agosto portarono alla diagnosi definitiva: linfoma non Hodgkin. Prospettiva di vita: sei mesi al massimo.

Come ho raccontato nel romanzo “All’ombra della grande fabbrica, la guarigione è passata attraverso un anno di chemioterapia dagli effetti collaterali devastanti, ma che evidentemente portò i risultati sperati.

E a distanza di 30 anni mi piace celebrare quella rinascita, facendola coincidere a quel consulto esoso e a quella partita al termine della quale il Napoli alzò il trofeo di maggior prestigio di tutta la sua storia. Perciò fatemi gli auguri, oggi compio 30 anni.

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