La guerra di tutti

“Tu fammi riprovare, non lo vedi ci sto male
Se si sbaglia, sarà umano, ma è divino perdonare
Io non voglio, non pretendo, non mi arrendo
Tu fammi riprovare”

Il cellulare! Questa è la suoneria di Rosanna. Di sicuro vuole sapere ch’è successo. E io che ne so ch’è successo? Non so niente. So solo che non posso rispondere. L’ho lasciata poco fa sulla porta di casa sua. Ero passato un attimo a salutarla perché non ci vedevamo da un paio di giorni. Il tempo di un bacio, un abbraccio, poi sono sceso di nuovo. Dovevo andare a giocare a pallone, la partita del lunedì. Stasera stavo troppo in forma. Stasera facevo quattro-cinque gol. Stasera mi portavo il pallone a casa come fa Cavani quando segna una tripletta. Stasera li scassavo! Ho fatto le scale due alla volta, ho aperto il portone e ho attraversato la strada per infilarmi nella Clio…

“Tu fammi riprovare, non lo vedi ci sto male
Se si sbaglia, sarà umano, ma è divino perdonare
Io non voglio, non pretendo, non mi arrendo
Tu fammi riprovare”

Amò, nun te pozzo risponnere! E pure se potevo rispondere, non so dirti ch’è stato. Appena mi son messo in macchina è scoppiato l’inferno: botte esagerate e vetri che esplodevano. Non c’ho capito più niente. Mi sembrava di essere entrato in un sogno, in un incubo. Anzi, no: mi pareva di stare in uno di quei film di Mario Merola che si vede sempre tuo padre. Solo che poi le
botte me le son sentite scoppiare nel petto, nella pancia, dentro la testa. Uno, due, tre, quattro… non finivano più! E non lo so perché stava succedendo proprio a me.

“Tu fammi riprovare, non lo vedi ci sto male
Se si sbaglia, sarà umano, ma è divino perdonare
Io non voglio, non pretendo, non mi arrendo
Tu fammi riprovare”

Adesso mi stai chiamando perché sicuramente pure tu hai sentito quelle botte e vuoi sapere che erano, ma io non so che dirti. Il cellulare continua a suonare la nostra canzone, lo sento. Vorrei prenderlo e risponderti, ma non ci riesco. E pure se ci riuscivo, che ti dicevo?

“Rosà, m’hanno sparato”.

Amò, tu poi ci credevi? Perché mai dovevano sparare proprio a me quelli là? Io manco li conosco. Io con quelli non c’azzecco niente. Io me ne stavo andando a giocare a pallone come tutti i lunedì. Mi stavo andando a sgranchire un po’ le cosce dopo due giorni di relax totale perché venerdì in fabbrica ho fatto la notte. Il mese prossimo devo pure firmare il contratto, quello nuovo, quello a tempo indeterminato. E poi ti sposo, Rosà. Ti giuro che ti sposo.

“Tu fammi riprova…”

Il telefonino non suona più, Gigi Finizio ha smesso di cantare la nostra canzone. Ti sarai arresa. Avrai pensato che ho lo stereo a tutto volume e che non posso sentire il cellulare.
E invece ti sento, sento la tua voce gridare il nome mio dall’altra parte della strada. Hai mollato il tuo telefono e ti sei precipitata giù, per le scale. Scendendo le rampe velocemente, inseguendo la schiena di tua madre, ti tremavano le gambe e sentivi che dentro qualcosa si rompeva. Giunta davanti al portone, ti è bastato un attimo per capire. Ti è servita un’occhiata per renderti conto di quello che avevano combinato. Così hai iniziato a gridare il mio nome, mentre tutto il quartiere si affacciava alle finestre e ai balconi: le botte le hanno sentite tutti, ma nessuno ha visto; nisciuno sape niente. Del resto, fino a pochi minuti fa questa era una strada deserta della desolante periferia napoletana. E adesso gli occhi di tutto il quartiere, gli sguardi di un’intera città e della nazione sono puntati su di me, sul bravo guaglione ucciso da quei fetenti. Si affretteranno a dire che io con quelli non c’azzecco niente, che sono l’ennesima vittima inconsapevole di una guerra che non m’apparteneva. Si sbagliamo, Rosà. Ora che mi vedi accasciato nella mia macchina immerso in una pozza di sangue, ti rendi conto anche
tu che si sbagliano alla grande. Quelli si abboffano di cocaina, impugnano la pistola e iniziano a sparare. E quando iniziano, non si fermano più. Possono spezzare la vita di chiunque: la mia, la tua, quella dei nostri genitori. E i nostri figli, Rosà! Ci hai pensato ai nostri figli? Quei bambini che dovevano essere miei e tuoi, e che adesso non nasceranno più. Anche loro sono vittime inconsapevoli di una guerra che non gli appartiene? Diglielo tu, Rosà, che si sbagliano, ch’è tutta ‘na bucia. Vedi di farglielo capire tu che nessuno più può permettersi di girare la faccia dall’altra parte, dicendo:
“Chesta nun è ‘a uerra mia”.


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